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IL CASTELLO

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Il Castello di Rivalta è un imponente complesso fortificato che si trova a Rivalta, frazione del comune di Gazzola, in provincia di Piacenza.

Il Castello di Rivalta è un imponente complesso fortificato che si trova a Rivalta, frazione del comune di Gazzola, in provincia di Piacenza.

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La storia del Castello

CASTELLO DI RIVALTA - Rivalta di Gazzola | Piacenza
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La storia scorre delle rive del fiume. Scriveva nel 1934 Lorenzo Molossi, nel suo Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, che il Trebbia è “uno dei primari torrenti di questi stati, il quale ha la culla, comune colla Scrivia, sul monte Antola distante circa 15 miglia da Genova [...]".

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Circondato oggi da un folto giardino alberato, sontuosa residenza signorile più volta scelta dai reali d’Inghilterra per una quieta, aristocratica vacanza, il Castello di Rivalta fu, nei tempi passati, uno dei più importanti baluardi militari dell’Emilia occidentale. Ad annunciare l’arrivo al medievale borgo murato che lo racchiude è il profilo, singolare e inconfondibile, del suo slancio “torresino”.

La storia scorre delle rive del fiume. Scriveva nel 1934 Lorenzo Molossi, nel suo Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, che il Trebbia è “uno dei primari torrenti di questi stati, il quale ha la culla, comune colla Scrivia, sul monte Antola distante circa 15 miglia da Genova. Discende a Monte Bruno, a Piascino, a Campi, accoglie  il torrentello Gramizzola, scorre sul destro fianco di Ottone, indi beve la Borica, passa sotto il ponte Organasco, piegato all’Est giunge a confluente rispetto a cui raccoglie a suo gran pro le acque del torrente Auto; lambe per alquanto il confine piacentino fino a sotto Calandrino parrocchia d’Ozzòla (comune di Coli); ivi torce al Nord e con molti rivolgimenti si porta a salutare la piccola città di Bobbio, avendo già fatto  40 miglia di strada: da Bobbio piegando a Nord-Est fa miglia 2 1/3 ed entra nel territorio piacentino del comune di Coli a piè del monte Spanna; corre ad ignorare le acque del Perino (anticamente Brino), poscia si trasporta a Travi, e a Rivergaro; da dove rivolgendosi al Nord corre a Rivalta; entra pomposamente e largo e minaccioso nella fertile pianura, rammentando le feroci battagliere insanguinarono le sue acque…”. È in questi luoghi che si tramanda sia avvenuta, nel 218 avanti Cristo, sotto la neve del solstizio d’inverno, la campale “battaglia della Trebbia” tra le legioni romane e l’esercito cartaginese Annibale barca, durante la seconda guerra punica. In una giornata dicembrina “di freddo e neve eccezionali” precisa Polibio, Annibale inferse una pesante sconfitta al console romano Tito Sempronio Longo: le sue milizie bloccarono la fanteria romana nell’alveo fangoso del torrente Luretta e la cavalleria numidica, con l’appoggio degli arcieri, sopraffece i soldati romani.

Le mappe odierne non coincidono con gli spostamenti delle truppe narrati dagli storici antichi, Livio e Polibio. Tuttavia c’è chi - persuaso che il fiume abbia deviato dal proprio paleoalveo, spostandosi di alcuni chilometri a ovest con il passare dei secoli - ritiene che lo scenario storico appaia ancora leggibile con precisione dal piccolo camposanto di Niviano, sovrastante la scarpata del corso d’acqua poi discostatasi: “Il campo dei Romani ad Ancarano. La valletta verso Rivalta dove Magone Barca [ndr: fratello minore del condottiero che sfidò Roma], prima che facesse giorno, appostò i suoi cavalieri per l’agguato decisivo. Il meandro di Rivergaro, improvviso, secco come lo scambio di un treno in una stazione, con le acque cristalline della Trebbia che piegano a Ovest in direzione di Rivalta e del campo di Annibale. Tutto torna: Polibio aveva ragione…” (Rumiz, 2007). Non tutti, però, tra gli storici, i cartografi o i semplici appassionati di memorie patrie, sono concordi sullo spostamento del letto fluviale. Nessun’ombra di dubbio sussiste, invece, sul significato del nome Rivalta: l’espressione deriva con ogni evidenza da ripa alta, l’altura nelle cui vicinanze si combatté l’epico scontro sul Trebbia che apre la nostra narrazione.

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Da presidio a castello: caposaldo d’alta ripa

Nomi di località prossime a Rivalta come Niviano, Ottavello Settima Quarto sono toponimi “militari”, che riconducono alla presenza di colonne che indicano la distanza in miglia dal centro urbano più vicino, nel caso di Piacenza. Proprio la toponomastica ha fatto pensare che già in età romana, per la presenza della strada militare che percorreva la valle del Trebbia, fosse sorta a “Ripa Alta” una torre di guardia o un impianto difensivo più strutturato, vale a dire un vero e proprio castrum con il relativo presidio. Dopo la caduta dell’impero, sarebbe divenuto inizialmente la sede di una “arimannia” longobarda, un’istituzione a carattere militare formata da exercitales, i soldati che il re insediava in zone d’interesse strategico.  Concedeva loro terre caratterizzate, di solito, da un’area coltivabile, pascoli e boschi. Ha mosso a quest’ipotesi anche la dedicazione della chiesa locale a Martino, santo particolare caro ai Longobardi, oltre che ai franchi. Successivamente, il presidio sarebbe divenuto un caposaldo franco, a custodia della posizione strategica allo sbocco della Val Trebbia, sulla via che portava a Genova attraversando l’Appennino. A riprova che un solido stanziamento longobardo era stato presente, ancora nel 1106 si può leggere, in un atto relativo a diritti di captazione d’acque concessi al monastero piacentino di San Savino, di un condotto che dal fiume, nei pressi di Rivalta, proseguiva attraverso luoghi già controllati da “arimanni” (da heer, esercito e mann, uomo): “quod pergit iuxta castrum Ripalte et per predia arimannorum…” (Direi, 1950). L’evoluzione delle campagne nell’Italia settentrionale, tra IV e VII secolo, ebbe caratteristiche che resero quel periodo storico molto interessante. Gran parte della pianura e dei territori già messi a coltura dai romani, all’aprirsi del medioevo, tornarono preda del bosco.

Il paesaggio inselvatichì e ricominciò ovunque ad essere segnato da boschi e foreste non solo montani, ma anche collinari e da selve paludose, presso le città e villaggi più ampi. Le terre incolte non erano, però deserte: le frequentavano taglialegna, cacciatori, pescatori, ma soprattutto pastori, nell’ambito di un’economia silvo-pastorale primitiva, in cui era rilevante il pascolo, selvaggio e semilibertà, degli ovini e dei suini.Addirittura, l’estensione delle selve destinate all’allevamento dei porcisi misurava in base al numero di animali che potevano essere nutriti da frutti spontanei come ghiande, faggiole, castagne. Al riguardo alcune fonti documentarie, come i “polittici”, gli inventari di beni di grandi monasteri del tempo, assicurano informazioni preziose, ad esempio “est silva ad sagginandum porco duo miglia…”, cioè “abbiamo un bosco che può ingrassare duemila maiali…”. Non solo il bosco, ma anche l’insediamento umano raggiunse altitudini notevoli, gettando le basi per l’incremento di nuclei abitati che, nel corso del medioevo, si spinsero ancora più in alto. In un contesto storico e ambientale di quella natura, gruppi di liberi guerrieri longobardi, gli “arimanni” appunto, s’insediarono nell’area di confine tra le attuali province piacentine e parmensi, nei primi secoli dopo il loro ingresso nella penisola dal confine nord-orientale, avvenuto in Friuli nel 568. Portarono al proprio seguito donne, masserizie, armenti. A differenza dei romani, che concentravano nelle città le loro attenzioni, i longobardi organizzavano capillarmente il tessuto sociale in tutto il territorio di cui andavano prendendo possesso e le loro genti tendevano a diventare stanziali organizzandosi in piccoli viaggi.
Dalla fine dell’VIII secolo, poi, iniziò a diffondersi in modo omogeneo un tipo di gestione dei patrimoni fondiari, l’azienda curtense, che, pur se trasse origine da strutture preesistenti d’epoca longobarda, si sviluppò coerentemente solo dopo la conquista carolingia. Lo scenario cambiò ancora tra la fine del IX e il X secolo, quando sorsero centri fortificati, i castelli, destinati a trasformare gli assetti territoriali precedenti. Per l’importanza che aveva nel controllo del passaggio verso il mare, sorsero nell’area alcuni fortilizi: nel comune di Gazzola quelli di Rivalta e Statto, sulla riva sinistra del fiume, di fronte a quello di Montechiaro e al distrutto castello di Rivergaro.

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La disputa del feudo: dai benedettini ai Landi

Nell’ottobre dello stesso anno, infatti, Obizzo bandì dalla città il cugino Manfredo Landi di Castell’Arquato e lo stesso Galeazzo, strappandone ai Visconti il dominio ed entrandovene con tutti gli oneri, eletto come rettore dal cardinale Bertrando del Poggetto. Se in principio i rapporti tra Galeazzo e Obizzo erano stati eccellenti, tanto che nel 1313 il primo era divenuto “signore perpetuo” di Piacenza anche grazie all’appoggio determinane del secondo, l’epilogo vide un deciso rovesciamento di posizioni. 
A pretesto per il “voltafaccia”, in realtà politico, pare che il Landi adducesse la gelosia per le ripetute proposte licenziose dell’ex sodale nei confronti della moglie Ermellina Bagarotti (secondo altri Orsolina della Torre), ricordata come “bellissima et onestissima femmina”. L’episodio non trova fondamento nei documenti ed è anzi da ritenere con ogni probabilità favoleggiato. Eppure, nell’Ottocento, la vicenda ispirò al piacentino Luigi Marzolini il romanzo storico Bianchina Landi ossia la cacciata di Galeazzo Visconti da Piacenza. Racconto storico del secolo 14. L’opera, a dispetto della prosa ammantata di romanticismo neogotico, merita d’essere ricordata perché è certamente uno specchio del clima culturale dell’epoca, che andava riscoprendo il medioevo come periodo di spiritualità il medioevo come periodo di spiritualità e battaglie per l’affermazione dei popoli. È in ogni caso dal Trecento, se si eccettuano brevi e poco influenti discontinuità, che la famiglia Landi, pur nelle sue differenti ramificazioni, è proprietà conduttrice del castello e del borgo di Rivalta, inscindibilmente stretti entro la cinta muraria difensiva.

Le prime notizie certe sul castello di Rivalta risalgono a non prima dell’XI secolo. Di queste, le più lontane nel tempo si ricavano da un atto di donazione del 1025. Successivamente, si trovano attestazioni nel 1037 e nel 1048, anno in cui l’imperatore Enrico III di Franconia confermò la donazione di una parte di esso al monastero dei padri benedettini di San Savino di Piacenza. Dopo quasi tre decenni anche il resto del complesso passò al cenobio, contribuendo a consolidarne la ricchezza e l’autorevolezza. Per circa un secolo, tra gli avvenimenti di maggior rilievo che coinvolsero il castello, si ricordano prese d’assedio, parziali abbattimenti e l’avvicendarsi di vari possessori. Sicché nel XII secolo, come appare in un documento del 1164, Rivalta era pertinenza dei Malaspina, un ceppo familiare che arrivò a detenere – nel momento di maggior successo – il controllo di un territorio vastissimo fra la Lunigiana e l’Emilia, compresi, oltre Rivergaro, i centri di Podenzano, Cortemaggiore e San Pietro in Cerro, nelle valli del Nure e dell’Arda. All’inizio del Duecento, quando a disputarsi città e distretti feudali furono lo Stato Pontificio e l’Impero, il castello apparteneva alla famiglia “de Ripalta”, livellaria del monastero di San Savino, il cui abate era un Landi di Cerreto. Nel 1255 il ghibellino marchese Oberto Pallavicino, vicario imperiale e podestà della città di Piacenza, ne ordinò la distruzione analogamente ad altri fortilizi di parte guelfa, fedeli al papato. Poi all’inizio del XIV secolo, come signore del borgo e del feudo, compare nei documenti la figura di Obizzo o Opizzone Landi di Cerreto (seconda metà del sec. XIII-1329), che le fonti indicano anche con i nomi Vergiuso, Vergiusio e Verzuso. Il nobiluomo aveva acquistato dai Ripalta l’omonimo castello e dopo averne potenziate le difese si arroccò, con atteggiamento di palese sfida nei confronti del duca di Milano e signore di Piacenza, Galeazzo Visconti. Il sommo duca, dall’aprile 1322, prese ad assediare la fortezza “d’ogni intorno con bastie, fosse e steccati” (Poggiali): allo scadere di undici sfibranti settimane Obizzo Landi dovette arrendersi. Riuscì però a fuggire. Tornò in seguito con truppe pontificie, riprendendosi Piacenza e il feudo.

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Quali Landi? Dai “de Andito” agli Zanardi Landi

La famiglia Landi – al cui interno quella degli Zanardi Landi di Veano, gli attuali proprietari del castello di Rivalta - fu tra le più antiche, numerose e illustri del patriziato di Piacenza, nonché l’unica a raggiungere, con il ramo principale, la dignità di principi di un feudo “immediato” del Sacro Romano Impero, cioè di sovrani dipendenti unicamente dall’imperatore. Le ipotesi sull’origine della casata sono varie – come ha scritto G.Fiori – tanto che gli storici non è stato possibile individuare il primo antenato che accomuna i vari rami Landi, alcuni dei quali presero cognomi differenti. Il cognomen fu inizialmente “de Andito”, che alcuni cronisti associarono a un corridoio d’ingresso esistente nelle adiacenze della chiesa di S.Maria del Cairo (ora S.Apollonia): qui si attestano  le prime abitazioni  dei Landi. Membri con questo cognome si contavano all’interno della consorteria gentilizia già nel XII secolo, ma non collegabili tra di loro né con quanti vissero nel secolo seguente, dai quali certamente discendono gli odierni componenti della gens. Alcuni di questi Landi diedero poi origine a linee familiari collaterali: più d’una è giunta fino ai nostri giorni, unendo al cognome comune il nome del luogo di residenza (così i Landi della Scala e i Gravago Landi) oppure il soprannome o il patronimico d’un antenato, come Volpe, Buffa, Barbarossa, della Monica, Zuccheri o appunto, Zanardi. Il capostipite fu, infatti uno “Zanardo de Andito”, citato in atti del 1198 e 1235. Pur variando l’appellativo non modificarono l’originario stemma con la banda azzurra in campo argento. Solo più tardi aggiunsero il “capo dell’impero”: il termine è usato in araldica per descrivere l’aquila nera in campo d’oro, posta nella parte dello scudo che ne occupa il terzo superiore, che simboleggia fedeltà all’imperatore. Se molti tra i primi Landi furono consoli (Bonizzone a Piacenza nel 1132) o podestà (Ghislerio a Potremoli nel 1197, Giacomo a Padova nel 1210) ed ebbero uffici elevati in altre città, gli Zanardi non furono da meno. 

Esercitarono, infatti autorevoli cariche pubbliche nell’antico Comune di Piacenza, in seno alla nobiliare Pars militum, in antagonismo proprio con i cugini Landi che, sebbene membri dell’aristocrazia, erano invece a capo del partito popolare. Tutti tennero alto l’emblema della dinastia. Tra i numerosi personaggi della famiglia si ricordano: Rinaldo, “camerario” del Comune nel 1210; i militi Oberto e Giacomo, che firmarono la “Pace di Cremona” con i popolari (1219); Ruffino, ambasciatore presso i Pallavicino nel 1222. Divisi nei rami principali dei “conti di Veano”, dei “signori di Ottavello, poi di Guardamiglio” e “di Pigazzano” (estinti), gli Zanardi Landi giunsero a possedere nei secoli torri e ville, anche in Toscana, e numerosi castelli, tra cui Veano, Sarmato, Rivalta. Così come gli altri rami della famiglia Landi, anch’essi basarono le fortune economiche sulle attività mercantili e bancarie, svolte anche in ambito internazionale. Ebbero così a disposizione le ricchezze necessarie all’acquisto di vaste estensioni di terreno nell’appennino piacentino e parmense. Fin dal Duecento, membri del ceppo landiano allargarono i propri possedimenti da Piacenza verso la montagna, luogo delle vie di commercio divenendo signori di un’area nevralgica del territorio situato all’incrocio fra Emilia, Liguria, Lombardi e Piemonte. Un esempio è Ubertino Landi (circa 1220-1298), che alla metà del secolo, accaparratosi i territori di Bardi e di Bedonia da diversi proprietari, eredi della più antica feudalità locale, acquistò dal Comune di Piacenza i diritti giurisdizionali e fiscali sulle terre e sui castelli delle valli del Taro e del Ceno, tra cui Borgotaro e Compiano, che già erano stati dei Malaspina. Dai suoi possedimenti, che furono diversi tra i nipoti, si formarono i tre rami dei Landi di Compiano, di Bardi e di Rivalta. Non è tuttavia assodato il collegamento con le linee principali di altre famiglie Landi giunte fino all’età moderna. La genealogia fu pubblicata per la prima volta nel 1603 a Milano da Giovan Antonio Mariani. L’opera, Dichiarazione dell’arbore e di scadenza di casa Landi, prima detta di Andito (…), non è esente da errori, che autori e bibliografie successivi hanno passivamente ripetuti. Alle inesattezze ha ovviato un capitolo compreso nel volume Le antiche famiglie di Piacenza e i loro stemmi (Fiori, 1979) ripreso e integrato nel recente libro Il castello e il borgo di Rivalta (2009) e reso, inoltre accessibile nel sito web ufficiale del castello. Per gli opportuni approfondimenti non attuabili in questo testo, si rimanda quindi a quelle specifiche ricerche.

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La dinastia Landi trasforma Castello e Borgo

Tornando a occuparci di Rivalta, è da ricordare che Obizzo Landi, dopo i contrasti con la parte ghibellina, rimase al servizio del papa come condottiero fino alla morte, che lo colse a Bologna nel 1329. Solo nel 1336 i Visconti poterono rientrare a Piacenza. Nel 1412 fu perciò Filippo Maria, Ultimo dei Visconti a governare il ducato di Milano, a confermare a Manfredo III Landi l’investitura con il titolo di conte del feudo di Rivalta, che già sette anni prima aveva ottenuto da Giovanni Maria Visconti. Salvo essere privato di lì a poco del possedimento, confiscatogli per scarsa fiducia nella sua sottomissione e offerto e offerto al condottiero Niccolò Piccinino, insieme con altri feudi del territorio piacentino. A Manfredo IV (1429-1488), che riuscì a riappropriarsene solo dopo parecchi anni, nel 1448, e solo con la forza, si devono imponenti lavori di restauro e abbellimento del maniero di Rivalta, dove era solito risiedere con assiduità. 
Il successivo conte fu Corrado Landi. Cosi come il padre consigliere e fedelissimo del duca di Milano, sul finire del Quattrocento, quando la signora milanese viscontea-sforzesca s’avviava a cadere, sotto la minaccia dei re di Francia Carlo VIII e Luigi XII d’Orlèans- che, in quanto discendente di una Visconti, accampava i diritti su Milano – diede asilo nel castello di Rivalta al cardinale Guido Ascanio Sforza, in fuga dalla città. I soldati di Luigi XII, introdottisi a Rivalta, catturarono entrambi e li portano in Francia prigionieri; Corrado, liberato, ottenne nel 1507 la licenza ducale di tenere mercato e questa opportunità porto a Rivalta traffici mercantili e cambiavalute ebrei. Il successo commerciale conseguito favorì notevolmente lo sviluppo del borgo e mise la località in grado di diventare capoluogo di Comune fino all’unità d’Italia, nel 1861. Nel XVII secolo, con l’estinzione del ramo principesco di Bardi e Compiano (1682), i Landi dovettero cedere i loro feudi al duca Ranuccio II Farnese e rinunciare ai diritti per il controllo sulle acque del Trebbia, ricevendo in cambio il poco vantaggioso marchesato di Gambaro, nella Val Nure. Tra il Quattrocento e il Settecento, se da un lato i Landi con distinti interventi, trasformarono il castello in una sontuosa residenza, dall’altro ripetuti eventi bellici coinvolsero il fortilizio. Nel 1636 vi fu l’assedio da parte di seimila soldati spagnoli guidati dal generale Gil De Has. Nel 1746, il saccheggio da parte dei soldati tedeschi del generale Berenklau. Rivalta fu depredata anche alla fine del secolo nella seconda “battagli del Trebbia”. Accade nel 1799, durante le guerre napoleoniche, quando il generale russo Aleksandr Suvorov sconfisse le truppe francesi guidate dal generale bonapartista – ma d’origine scozzese – Etienne Jacques Joseph Alexandre MacDonald. Nel 1808 il ramo dei Landi, conti di Rivalta e marchesi di Gambaro, si setisse con la morte del marchese Giuseppe. L’antica fortezza passò ai Landi di Veano, discendente di quel Pietro Zanardi Landi, genero di Opizzo Landi di Cerreto, che nel XIV secolo era stato uno dei grandi competitori nelle vertenze di divisione ereditaria. Il resto è storia recente: il restauro sistematico e la valorizzazione del complesso, culmina negli anni ’90 del Novecento con l’apertura della rocca alle visite, sono merito degli attuali proprietari del castello, testimoni e convinti continuatori dell’impulso dato al recupero dello storico bene, a partire dagli anni ’60, dal conte Filippo Zanardi Landi e dalla moglie Francesca Vincenzina dei marchesi Ardissone.

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